Studi e ricerche

Sami Modiano
Per questo ho vissuto
A cura di Marcello Pezzetti e Umberto Gentiloni, con il prezioso contributo di Lia Toaff
Milano, Rizzoli, 2013

«Quel giorno ho perso la mia innocenza. Quella mattina mi ero svegliato come un bambino. La notte mi addormentai come un ebreo.»

Come tanti sopravvissuti all’Olocausto, per molti anni Sami Modiano è rimasto in silenzio. In che modo dare voce al dolore di un’adolescenza bruciata, di una famiglia dissolta, di un’intera comunità spazzata via? Nato nella Rodi degli anni Trenta, un’isola nella quale ebrei, cristiani e musulmani convivono pacificamente da secoli, Sami non conosce la lingua dell’odio e della discriminazione. Ma quando le leggi razziali colpiscono la sua terra, all’improvviso si ritrova bollato come “diverso”. E a tredici anni, nell’inferno di Auschwitz-Birkenau, vedrà morire familiari e amici fino a rimanere solo al mondo a lottare per la sopravvivenza. Al miracolo che lo porta fuori dal campo non seguono tempi facili: Sami si ritrova in prima linea con l’esercito sovietico ed è poi costretto a fuggire a piedi attraverso mezza Europa per poi giungere in un’Italia messa in ginocchio dalla guerra. Dopo due anni di lavoretti malsicuri e pessimi alloggi, ma rallegrati dagli amici e dalla scoperta dell’amore, appena diciassettenne Sami sceglie di nuovo di andarsene, questa volta in Congo belga. Qui gli arriderà il successo professionale ma lo attendono nuovi pericoli, allo scoppio della guerra civile.

La storia di Sami Modiano è una trama intessuta di addii e partenze alle quali lui ha sempre opposto la determinazione a riappropriarsi delle sue radici, a dispetto di chiunque abbia provato a strapparle. Ecco perché oggi, a settant’anni dal suo arrivo al campo di sterminio, Sami sente di essere sopravvissuto proprio per essere testimone di quegli orrori e raccontarli. Lo fa con un libro semplice fino all’asperità, commovente perché portatore di una lingua universale. Figlia delle ferite che dividono i popoli e della speranza che li vorrebbe unire.

Sami Modiano è uno degli ultimi sopravvissuti di Auschwitz. Da anni porta nelle scuole medie e superiori di tutta Italia la sua testimonianza ed è più volte stato protagonista dei Viaggi della Memoria, grazie ai quali ha accompagnato numerosi gruppi di studenti nei luoghi dell’Olocausto. Da tempo si occupa della sinagoga di Rodi per tenere in vita la storia della sua comunità.





A cura di Christina Köstner e Klaus Voigt
Rinasceva una piccola speranza. L’esilio austriaco in Italia dal 1938 al 1945
Udine, Forum, 2010

L’idea che l’Italia fascista abbia accolto come profughi persone perseguitate dal nazionalsocialismo appare in contraddizione con i punti in comune tra i due sistemi politici e i loro rapporti sempre più stretti in politica estera. Le cifre però parlano chiaro: quasi 18.000 persone, in prevalenza ebrei e di cui almeno 5.000 provenienti dall’Austria, trovarono rifugio in Italia fra il 1933 e il 1945. Per molti di loro il nostro paese fu solo un luogo di transito; altri però si fermarono e, nonostante il successivo internamento in campi o località isolate alle condizioni di soggiorno obbligato, riuscirono a sfuggire alla deportazione nei luoghi di sterminio nazisti e poterono contare sulla generosità e disponibilità della popolazione locale, documentate da molti racconti autobiografici di esuli. Il volume raccoglie i contributi di autori italiani, austriaci e tedeschi, oltre a numerose testimonianze e resoconti di profughi, che affrontano il tema, poco noto al grande pubblico italiano, della storia dell’esilio austriaco in Italia: ne esce un quadro storico e umano complesso, insieme rigoroso e commovente, indispensabile per meglio comprendere quel tragico periodo di oppressione.

Christina Köstner (Vienna, 1975) ha studiato romanistica e germanistica alle Università di Vienna e di Torino. Ha svolto ricerche sulla provenienza dei libri della Biblioteca Nazionale austriaca confiscati nel periodo nazista. Dirige la sezione romanistica della Biblioteca universitaria di Vienna.

Klaus Voigt (Berlino, 1938) si è occupato soprattutto dell’esilio tedesco in Italia e Francia durante la dittatura nazista. Ha pubblicato, tra l’altro, Il rifugio precario. Gli esuli in Italia dal 1933 al 1945 (2 voll., Firenze, La Nuova Italia, 1993 e 1996) e Villa Emma. Ragazzi ebrei in fuga. 1940-1945 (Milano, La Nuova Italia, 2002)





Anna Pizzutti
Vite di carta. Storie di ebrei stranieri internati dal fascismo
Roma, Donzelli, 2010

“Signor questore di Frosinone non è stato possibile conoscere il luogo ove gli ebrei, qui internati, furono deportati”. Così scriveva il sindaco di San Donato Val di Cornino nel 1945, a poco meno di un anno dalla conclusione della vicenda dei ventotto ebrei stranieri che, a partire dall’agosto del 1940, erano stati internati dal regime fascista nel paese in provincia di Frosinone, al confine con l’Abruzzo. Sedici i deportati, di cui dodici deceduti nei lager nazisti, salvi gli altri grazie anche, in vari casi, all’aiuto ricevuto dagli abitanti del paese. Il lavoro di Anna Pizzuti ricompone le storie dei singoli e di intere famiglie che dal 1940 al 1944 entrarono, sia pure forzatamente, nella vita della piccola comunità di San Donato. Paradossalmente, la testimonianza più concreta di queste vite senza diritti, appese a un foglio, a un timbro, a una firma di un funzionario senza volto, ci viene restituita proprio dai documenti conservati negli archivi della burocrazia di Stato. Su questa documentazione si concentra il libro, e alla fine, attraverso un paziente lavoro di ricostruzione, la burocrazia stessa, da meccanismo stritolante, si trasforma in involontario e incancellabile strumento di memoria di ciò che è stato, nonostante le distruzioni o gli occultamenti. Anzi diventa la dimostrazione, tragicamente innegabile, che “questo è stato”.

Anna Pizzutti è nata ad Alvio (Fr) nel 1949. È autrice di una ricerca generale sull’internamento degli ebrei stranieri durante il periodo bellico, pubblicata on line nel sito www.annapizzuti.it, dove sono disponibili un database che contiene un elenco dettagliato degli internati, in continuo aggiornamento, e un’ampia sezione documentaria.





Désire Haffner
Aspetti patologici del campo di Auschwitz-Birkenau
Viterbo, Union Printing edizioni , 2012

Le pagine graffianti del testo di Désire Haffner ci consegnano sospesi in un vuoto agghiacciante: come può la medicina, più volte stuprata nei suoi stessi valori essenziali di tensione verso gli altri, solidarietà umana, attenzione verso i bisognosi, ridursi ad una fredda cronaca di avvenimenti terribili, descrizione asettica di mostruosità reiterate, asservite solo ad una logica di cieca malvagità? Come può una chirurgia definirsi sperimentale in una prospettiva di sterminio, con protagonisti definiti dallo stesso autore “senza alcuna qualifica scientifica, in molti casi semplici dilettanti” e meritare una descrizione puntigliosa di manovre senza senso perpetrate ai danni di esistenze umane ridotte a brandelli dalla chimica del gelo e dei gas?

Come possiamo collocare l’anatomia all’interno di una carneficina, dove le stesse lesioni degenerative dei muscoli scheletrici sono testimonianza di una “miofagia suppletiva” espressione drammatica di un tentativo estremo di auto cannibalismo? Come possiamo accettare una radioterapia del massacro condotta senza metodo, con malati esposti alle radiazioni “per trenta minuti invece che per tre” con conseguenze folli ed aberranti? Oppure un parto terminato per sbaglio e soffocato immediatamente dopo? Che senso attribuire a questa descrizione, quale validità? Forse si intravede solo un pallido beneficio per la memoria della nostra e di tutte le future generazioni, testimonianza superiore di uno sforzo ammirevole compiuto da medici allo stesso tempo vittime e protagonisti, loro malgrado, di questa pagina triste e vergognosa della nostra umanità. Un urlo, insieme silenzioso e straziante, della scienza medica, come quando l’autore teneramente ci descrive l’effetto placebo di queste anime sfortunate affette da tubercolosi o polmonite che ringraziano il medico e, pensando di essere migliorate, gli sussurrano: “Sono sicuro dottore che se mi darà un’altra compressa (aspirina ndr) guarirò completamente. Mi ha fatto bene, mi sento meglio”.

Turbato da queste violenze descrittive e appeso ad improbabili tentativi di riflessione, non resta che fermarci di fronte all’amara conclusione dell’autore: “Auschwitz merita di essere studiato con attenzione perché crediamo ponga in maniera angosciosa il problema stesso dell’uomo”.

Fabio Gaj

Désire Haffner è nato a Galati (Galatz), Romania, il 14 luglio 1918. Deceduto a Parigi il 13 novembre 1998. Deportato da Angers (Francia) il 20 luglio 1942. È stato arrestato dai tedeschi a Tours, dove studiava; por tato ad Angers, nel Seminario vescovile e da lì, insieme a quasi mille persone, deportato direttamente ad Auschwitz.

MOSTRA VIRTUALE I GHETTI NAZISTI
MOSTRA VIRTUALE AUSCHWITZ-BIRKENAU