La Sapienza conferisce dottorato honoris causa a Sami Modiano, sopravvissuto ad Auschwitz

di Daniele M. Regard – l’Huffington Post – 28 novembre 2013

Domani, 29 novembre, La Sapienza-Università di Roma conferirà a Sami Modiano il Diploma di Dottorato di ricerca honoris causa in “Storia, Antropologia, Religioni”. Sami, originario di Rodi e strappato dalla propria casa poco più che bambino, destinazione Auschwitz.

Al contrario di tanti altri, lui è sopravvissuto, lui ce l’ha fatta. Ma per chi torna da quell’inferno, l’incubo non finisce mai. Hai negli occhi le botte, i soprusi le torture; nelle ossa il freddo e l’odore della cenere e sulla pelle un marchio indelebile che nulla potrà mai cancellare. Tornare alla propria quotidianità non è facile, direi impossibile.

E allora ci si aggrappa alla vita, si sopravvive grazie alle persone care, all’amore e agli affetti. C’è, tra chi è tornato, che ha iniziato a raccontare subito gli orrori dei campi di sterminio (molto pochi) ma la maggior parte ha tenuto tutto dentro per paura di non essere capiti, considerati pazzi. Uno di questi è Sami, gracile ai tempi della guerra eppure capace di resistere.

Oggi quel bimbo è un uomo maturo. Tutte le volte che io e lui abbiamo parlato, mi ha sempre dato l’impressione di non essere mai uscito da quel campo. Lui rivive lucidamente tutto quello che ha vissuto, soffre, piange e il più delle volte poi ti abbraccia. Io lo chiamo “nonno” perché per me Sami Modiano è davvero una persona speciale, unica. Ha iniziato a raccontare la sua storia solo negli ultimi anni, ma da quel giorno non si è mai fermato. Non è più un giovincello, gli anni passano per tutti, ma lui non si ferma, ogni giorno una scuola, ragazzi a cui trasmettere il valore assoluto della memoria. Lui non vuole fermarsi, vuole raccontare per tenere vivo il ricordo di chi non ce l’ha fatta.

E domani, quello che per molti potrà sembrare solo un atto formale, in realtà ha un significato profondissimo: Sami è stato cacciato da scuola a 8 anni e da quel giorno non ha più potuto studiare. Conferirgli un dottorato di ricerca è un gesto di grande umanità e rispetto, ma non basta. Perché lui, come tutti gli altri quelli che sono tornati, hanno vissuto per questo, per non farci dimenticare e noi dobbiamo chiamarli eroi ogni giorno, in ogni luogo, perché queste persone rappresentano il nostro passato, ma le loro parole sono linfa per costruire un futuro migliore.